Arte, fotografia e progresso. Quali prospettive?

La riflessione sul fare fotografia di Giovanna Gammarota elaborata in Perché la fotografia?, sviluppata anche nell’articolo di Pietro d’Agostino Una questione di assenza è, a mio avviso, non solo d’interesse comune ma soprattutto un fare responsabile. Il rapporto che oggi l’artista o l’uomo in generale stabilisce con gli strumenti meccanici o tecnici non sono un tema semplice, tuttavia sono dell’idea che tale relazione si sia modificata soprattutto con l’utilizzo massificato delle nuove tecnologie e l’introduzione del digitale.

Volendo dare il mio contributo a tale dibattito comincerò inquadrando il rapporto “uomo-tecnica” per cercare poi di porre un interrogativo circa la posizione dell’artista rispetto al progresso. Comincio dal rapporto uomo e tecnica perché considero la macchina fotografica prima come uno strumento frutto dell’ingegno, poi come un mezzo espressivo.
Molte discipline hanno sviscerato il rapporto “uomo-tecnica” e un importante contributo è stato offerto dal filosofo Umberto Galimberti nell’imponente libro: Psiche e techne, l’uomo nell’età della tecnica (Feltrinelli editore, Milano, 1999; Eschilo: l’autonomia della tecnica e la sua ambivalenza, p. 252). Galimberti sostiene che se prima era l’uomo a usare la tecnica come strumento per realizzare i suoi fini, oggi l’uomo si trova nella paradossale situazione a essere un piccolo ingranaggio, funzionario inconsapevole dell’apparato tecnico. In altre parole, ed è questa la tesi curiosa, c’è stato un capovolgimento del mezzo in fine. A questo proposito Galimberti scrive:

” […] l’ordine degli strumenti condiziona la scelta dei fini, rigidamente vincolata dalla quantità e dalla qualità dei mezzi a disposizione, con la conseguenza che il perseguimento dei mezzi, senza di cui nessun fine è raggiungibile, diventa il primo fine per il conseguimento del quale tutti gli altri fini vengono subordinati e se necessario, sacrificati.”

Utilizzando la metafora del capovolgimento di prospettiva, la domanda diventa: È l’uomo a usare la fotografia o tutto il sistema legato all’immagine che usa l’uomo? E’ l’artista che “usa” il sistema dell’arte o il sistema dell’arte che “usa” l’artista? Perché e quale relazione stabilire con programmi di photoediting e i vari derivati del progresso?
Può essere interessante inquadrare il problema riprendendo due concetti della tradizione greca: Praxis (agire) Poiesis (fare). I greci erano soliti distinguere queste due attività: il fare si rifaceva a una dimensione pratica, un fare tecnico, condizionato da procedure corrette / non-corrette, (es. photoediting), mentre per agire, s’intendeva un agire politico, condizionato dall’etica. Aghi della bussola di questo agire erano il giusto e lo sbagliato. Compito dell’agire e quindi della politica era di indirizzare il fare tecnico. L’agire decide quale orientamento dare al “fare?, quali delle azioni possibili, sono da “fare?.

Nel mio pensiero ritengo che l’artista debba proteggere questo agire o quantomeno non ignorarlo, perché l’artista compie spesso un’azione sociale e ogni azione sociale, ha in un qualche modo uno sviluppo politico. Spesso gli artisti hanno una visione ed essa è il frutto della contemplazione. La visione poi ispira l’agire che a sua volta dovrebbe guidare il fare. La dimensione della contemplazione, in questo tempo, rischia di evaporare nella promessa del progresso.

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